SAVONAROLA - PRESENTAZIONE

Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola, frate domenicano, venne torturato, lapidato, impiccato e bruciato sul rogo in piazza della Signoria a Firenze il 23 maggio 1498, dopo essere stato scomunicato dietro l’accusa di aver predicato contro i principi della fede con false e inique affermazioni.
Savonarola aveva tentato in più occasioni e nel corso di parecchi anni di riportare all’antica dignità e purezza i costumi della Chiesa, che erano andati corrompendosi per l’avidità di potere e di ricchezza dei papi e delle alte cariche ecclesiastiche.
L’intreccio fra interessi politici in seno a Firenze negli anni in cui si profilava l’incombere di Carlo VIII in Italia e interessi ecclesiastici soprattutto legati alla figura del Papa Alessandro VI a Roma crearono una situazione assai critica nei confronti dello scomodo fustigatore di costumi, che nella sua intransigenza anticipava quello che affermerà Lutero con la Riforma protestante, ma con un respiro forse pià ampio ed europeo nel frate domenicano.
Denunce false nei suoi confronti, fraintendimenti voluti o in buona fede e invidie e maldicenze in un‘epoca confusa e carica di pregiudizi portarono Savonarola ad una situazione senza sbocco, che lo condusse ad una morte ingiusta ed atroce.
Da decenni la Chiesa ne ha cancellato la scomunica, avendo appurato l’inesistenza di motivi validi per tale pena, e lo ha proclamato Servo di Dio, un primo passo che potrebbe portarlo alla beatificazione, la cui causa è stata introdotta il 30 maggio 1997 dall’arcidiocesi di Firenze.

Nello spettacolo Savonarola viene immaginato rinchiuso nella cella in cui visse gli ultimi giorni prima di essere giustiziato, mentre rievoca, fra lucidità di pensiero, vaneggiamente, ricordi ed invocazioni, momenti del suo operato e comportamenti che la sua intatta fede in Cristo gli ha dettato sostenendolo durante il martirio. I testi interpretati sono tratti dalle sue prediche e dalle opere politiche e letterarie da lui scritte fino agli ultimi momenti prima della morte, come per quel “combattimento” fra Tristezza e Speranza con cui il monologo si conclude .


SAVONAROLA

Rumori lontani di metalli che si scontrano – catene, chiavistelli? – e voci concitate, comandi militareschi.
Savonarola è rinchiuso nella prigione dove passerà gli ultimi giorni prima dell’esecuzione.
Accanto a lui una pergamena scritta fittamente, con un sigillo papale. Una ciotola con dell’acqua. Uno straccio, accanto.
Savonarola è a terra, raggomitolato su se stesso.
Si erge a fatica; dalla veste di domenicano, lacerata in più punti, si intravvedono profonde ferite con del sangue raggrumato.
Savonarola afferra la pergamena, la scorre febbrilmente, la getta lontano.

SAVONAROLA - Il Papa mi ha scomunicato.

Ispirato, come udendo una voce che lo incoraggia.

Nolite timere, Dominus vobiscum est.

Come vedendo davanti a sé Cristo, dialoga con lui e poi con quanti va invocando in un crescendo di intensità.

Se io sono ingannato, Cristo, tu m'hai ingannato tu!
Santa Trinità, se io sono ingannato, m'hai ingannato tu! Angeli, Santi del Paradiso, se io sono ingannato, mi avete ingannato voi!

Rassicurato da quelle presenze.

Ma voi non mentite mai: e io ho ripetuto quello che avete detto.

Rabbioso.

O Roma, dì quel che vuoi, Dominus mecum est.
Credimi, tu ti pungerai. Perché vedi solo il legno che sono io, e non vedi il ferro dentro di me.
Roma, quel ferro è Dio!
Non vedi quel ferro perché sei ormai cieca alla simplicità e all'onesto vivere, vedi solo lussuria e pompa e superbia, e così hai corrotto gli uomini nella libidine, hai portato le donne alla disonestà, e i fanciulli li hai condotto a sporcizia e fattoli diventare come meretrici....
Ma la Chiesa si rinnoverà.

Rivive con l’occhio della mente una delle sue prediche, in cui la logica del racconto si intreccia ad una appassionata forza fustigatrice del malcostume ecclesiastico.
Quanto va dicendo è rivolto a quelli che immagina intorno a sé, in una delle affollate prediche del suo recente passato.

L'ortolano aveva piantato un fico.
Il primo anno fece di molti fichi e niente foglie. Il secondo anno fece pur di molti fichi e qualche foglia, ma pochissime, il terzo anno fece tanti fichi quanto foglie, il quarto anno fece più foglie che fichi, il quinto anno fece pochissimi fichi e moltissime foglie; continuando non faceva se non foglie, e con le sue tante foglie soffocava le altre erbe che così non potevano crescere.

Si appunta ad uno degli immaginari ascoltatori. Il tono si fa da provocatore a terribile.

Che bel fico è questo? E che credi ne faccia l'ortolano di questo fico? Lo taglierà, lo darà al fuoco. E che credi tu cos'è questo fico? Questo fico è l'albero della Chiesa: è venuto in termine che non fa frutto alcuno ma foglie, cioè cerimonie e pompe e superfluità.

Intenso, con il tono della profezia.

Verrà l'ortolano, cioè Cristo, e taglierà via questo fico infruttuoso. Così la Chiesa si rinnoverà!

Una pausa fino a che le ultime parole svaniscono.
Adesso gioca con gli uditori, in un dialogo stretto e di indiscutibile logicità, secondo un modo sapiente di condurre i ragionamenti, da frate domenicano coltissimo qual è.

Direte: "Come uomo, un Papa può errare, ma non in quanto Papa".
E io ti rispondo che il Papa può errare anche in quanto Papa. Può errare in due modi: l'uno è per false persuasioni d'altri, perché non si può essere in ogni luogo e a lui riferiscono il falso. Secondo, può errare per malizia e far contro alla sua coscienza: ma noi non dobbiamo dire sia per malizia, solo lassare questo giudizio a Dio e a lui solo.

Si lascia andare ad una risata di trionfo. Poi riprende il discorso sui papi, diffondendosi negli esempi con il gusto della casistica.

Leggi bene quante costituzioni dei Papi sono contrarie tra loro, e quante ne ha fatto un Papa, e un altro Papa le ha cambiate.
O che tu dici che tutti e due hanno errato, e così il Papa può errare; o che l'uno ha errato e l'altro no: adunque vedi che il Papa può errare.

Si addentra ancor di più nel ragionamento, esemplificando ancora.

E ti dico dove il Papa può errare!
Nella bolla della scomunica dice: “Quod predicavit falsum seu perversum dogma”: “Ha predicato cose eretiche e falsa religione”.

Il suo tono si fa violento, come se davanti a lui si fosse concretizzato il tribunale che lo ha accusato.

Questo è falso! Io non ho mai predicato se non cose buone! E il popolo lo sa!

Si rivolge al Papa, come se gli fosse apparso davanti. Urla.

Allora ti dico, Papa, io non ritratto oggi e neanche domani quello che Dio ha detto e che io ho ripetuto.
Tu mi hai offerto un cappello rosso, da cardinale, per comprare il mio silenzio, ma io non lo voglio!

Vaneggia nell’invocazione.

Signore, non voglio cappelli, non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!

Dopo l’implorazione si abbatte esausto a terra.
Da una ciotola piena d’acqua con un panno lì accanto si deterge le ferite che appaiono dal mantello strappato.
E’ una sorta di lavacro purificatore, un battesimo del sangue.
Quanto dirà è quasi mormorato.
Con autocommiserazione si rivolge a Cristo.

Gli uomini prevalgono contro di me, mi perseguitano. Ma io spero in te o Signore, e sarò presto libero da ogni tribolazione. Non per i miei meriti, ma per la tua giustizia.

Fortificato dalla certezza che Cristo farà giustizia per lui, si alza in piedi e con tono sicuro dà il via ad una sorta di rappresentazione in cui si trova in mezzo fra Tristezza e Speranza.

Tristezza m'ha posto l'assedio; con grande e forte esercito ha occupato il mio cuore. Mormora contro Dio, non smette di bestemmiare, è un veleno di serpenti.
Ma io so quello che devo fare: capitano del mio esercito è Speranza. Perché Dio m'ha dato sì dolore e lacrime, ma m'ha dato la preghiera, m'ha dato Speranza.

Finalmente un sorriso di beatitudine appare sul volto finora contratto di Savonarola, che pare innalzarsi verso l’alto, a raggiungere l’agognato Paradiso, fino alla frase finale che è quasi un canto.

Mi ha dato allegrezza, Speranza m’ha detto:
Di' con tutto il tuo cuore: In Te, Domine, speravi!
Non confundar in aeternum, in iustitia tua libera me.


 

OSCAR ROMERO - PRESENTAZIONE

Il 24 marzo 1980 monsignor Oscar Romero venne ucciso con un colpo di fucile mentre stava celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, nella sua arcidiocesi di San Salvador.
All’inizio del suo incarico Romero aveva tenuto una posizione di tipo tradizionale, tentando di mediare, in nome dei più elementari principi della democrazia, fra le autorità governative tendenti alla repressione e il popolo, composto in prevalenza da inermi campesinos oppressi e sfruttati.
Ma gli eccidi che andavano sempre più infittendosi durante l’esercizio della sua autorità religiosa lo convinsero ben presto a porsi dalla parte del popolo. Gli “squadroni della morte” dell’esercito mandati dal Governo esercitavano in maniera sempre più crudele torture, assassinii e violenze di ogni genere contro quanti cercavano di affermare il diritto alla libertà ed alla dignità della persona.
La ferma posizione di denuncia dell’arcivescovo Romero, dettata dalla volontà di sostenere il popolo secondo i principi di Cristo, venne intesa dalle forze governative come fortemente rivoluzionaria e avvertita come pericolosa per il mantenimento della propria supremazia.
Emissari governativi uccisero brutalmente i suoi più stretti collaboratori, sacerdoti e laici, che avevano preceduto Romero nella convinzione di dover mutare la situazione politica denunciandola anche all’estero – Amnesty International aveva posto all’attenzione del mondo le misere condizioni del Salvador -. Essi infine fecero assassinare Romero, ritenendo in tal modo di eliminare alla radice la forza attraverso cui si sosteneva il popolo nell’organizzare la sua rivolta.
“Se mi uccidono – aveva affermato Romero in una delle sue prediche – risorgerò nel popolo salvadoregno”.
Dopo molti sacrifici di vite umane la situazione politica finì per cambiare attraverso l’affermazione delle forze democratiche.
Il nome di Oscar Romero figura, per volontà di papa Giovanni Paolo II, fra i Martiri della Fede.

Nello spettacolo Oscar Romero viene colto durante la predica ai suoi fedeli nel corso della Messa. Dopo aver concluso il suo discorso, quando alza la pisside con le ostie per la consacrazione, un colpo di fucile lo uccide, mentre le ostie gli si rovesciano addosso.
I testi interpretati sono tratti da scritti, prediche, discorsi e interviste.

 

OSCAR ROMERO

Vestito dei paramenti per la messa, sopra l’abito bianco, l’arcivescovo dispone gli oggetti necessari alla liturgia, mentre mormora appena qualche preghiera.
Infine alza il capo e si rivolge ai fedeli che stanno davanti a lui.
Il suo tono è meditato e caldo, affettuoso e pieno di pietà per quei poveri contadini a cui vuol far riconquistare una dignità calpestata.

ROMERO - Dare il sangue. Essere uccisi per la fede.
Non a tutti è concesso da Dio.
Ma tutti dobbiamo essere disponibili,
così da dire: “Dio! Io ero pronto a dare la vita per te!
E la mia vita, io l’ho data!”
Perché dare la vita non significa soltanto
essere uccisi; avere spirito di martirio
significa dare nel dovere, dare nella preghiera,
dare la vita a poco a poco, ogni giorno, come tutti voi.

Con un sospiro di pena si fa più presente, e grave.

Ora devo parlarvi dei fatti di questa settimana.
Fatti gravi, dove le violenze contro tanti di noi
si sono fatte ancora più crudeli.

Prende in mano un foglio fitto di nomi.

Sabato scorso c’è stata una delle più forti e dolorose
operazioni militari: moltissime capanne bruciate, azioni di saccheggio, e cadaveri cadaveri cadaveri…
A La Laguna, uccisi i coniugi Ernesto Navas Audelia Mejia e i figli Martin e Hilda, tredici e sette anni
e altri undici contadini. E poi, senza nome,
quattro contadini e due bambini a Pal de Ocotes, e due donne.
A El Rosario tre contadini. La domenica ad Arcatao
assassinati da quattro membri di Orden
il contadino Vicente Ayala e suo figlio Freddy.

Con un sospiro pone il foglio sull’altare.
Qui è la lista dei morti
che per tutta la settimana si susseguono senza fine...

Con veemenza.

Lunedì sono esplose delle bombe nella capitale.
All’università il campus è stato assediato militarmente.
Nella Hacienda Colima sono morte diciotto persone: contadini.

Ironico, amaro.

Le forze armate affermano che si è trattato di uno scontro.
Alla televisione è stato presentato il quadro dei fatti,
e molti hanno compiuto analisi interessanti.

Violento, accusatore.

Come se non bastasse
il Governo di ostina ancora ad aggiornare le mappe dei campi minati; manda avanti i bambini, che restano squarciati dalle esplosioni!

Dall’altare prende un telegramma, che leggerà scandendo ogni parola con chiarezza perché tutti capiscano.

Mentre venivo in chiesa, mi hanno consegnato un telegramma: «Amnesty International ha ratificato che nel Salvador
si violano i diritti umani fino ad estremi
che non si sono verificati in altri paesi»:
così ha detto alla stampa Patricio Fuentes, il portavoce di Amnesty.
Fuentes ha denunciato ottantatrè assassini politici
tra il 10 e il 14 marzo: i cadaveri avevano i pollici legati alle spalle; segno di tortura! Erano anche stati sfigurati da liquidi corrosivi
per evitarne l’identificazione.
Amnesty International ha condannato il governo del Salvador, responsabile di almeno seicento assassini politici.
Migliaia di contadini, secondo Amnesty, fuggono verso la capitale
per mettersi in salvo dalla persecuzione. Amnesty
possiede elenchi di bambini, giovani e donne assassinati.
Il Coordinamento ha certo le sue mancanze
e gli manca ancora molto per trasformarsi
in un’alternativa coerente di potere rivoluzionario democratico.
Ma le Forze Democratiche stanno cercando di organizzarsi!

Riprende un tono calmo, esplicativo, rassegnato.

So bene cosa potrebbe pensare qualcuno:
che cerco di fare politica. Ma non è così!

Deciso.

E se
per necessità del momento
sembra che io stia facendo politica,
è perché come Chiesa io devo dare il mio contributo.

Accorato.

Gli Squadroni della Morte uccidono a decine preti e laici,
intellettuali, contadini…
Quando ho visto padre Rutilio, un prete della nostra chiesa, assassinato, ho pensato:
se lo hanno ammazzato per quello che faceva,
tocca a me camminare per la sua stessa strada...
anche se sono già stato tante volte minacciato di morte.

Forte. Sereno.

Chi cerca in tutti i modi di evitare
questo pericolo, ha già perso la propria vita.
Se mi uccidono risorgerò nel popolo del Salvador.
Un vescovo morirà, ma la chiesa di Dio che è il popolo,
non morirà mai!

Molto serio. Tono alto, che va gradualmente diventando sempre più deciso, vendicatore e al tempo stesso colmo di pietas.

Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’esercito:
Fratelli, siete del nostro stesso popolo!
Perché allora uccidete i vostri fratelli campesinos?
Davanti all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio:
“Non uccidere!”.
Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine
che va contro la legge di Dio!
La Chiesa non può restare in silenzio davanti a tanta ignominia.
Agli uomini dell’esercito, dunque,
in nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente
vi supplico,
vi imploro,
vi ordino:
cessi la repressione!

Oscar Romero si ricompone.
Un canto leggero a più voci prelude alla consacrazione.

Benedetto sei tu, Signore Dio dell’universo,
Dalla tua bontà abbiamo ricevuto
questo pane
frutto della terra e del lavoro dell’uomo,
lo presentiamo a te
perché diventi per noi
cibo di vita eterna.

Romero innalza la pisside con le ostie in alto sopra il suo capo.
Un colpo secco di fucile lo colpisce facendo volare le ostie,
mentre lui si accascia sull’altare.

 

 

ANNALENA TONELLI - PRESENTAZIONE

Domenica 5 ottobre 2003 Annalena Tonelli viene uccisa da due sicari che le sparano un colpo alla nuca mentre sta raggiungendo i suoi ammalati di tubercolosi per la visita serale, nell’ospedale da lei creato a Borama, in Somalia.
Nata nel 1943 a Forlì, lavora a soccorrere popolazioni in preda a fame, malattie e guerre in Africa e in particolare in Somalia.
Dapprima insegnando inglese, poi via via approfondendo le sue cognizioni mediche, si addentra nelle realtà drammatiche di alcune popolazioni africane e vi si dedica completamente, rischiando più volte di essere uccisa in attentati contro di lei o rimanendo coinvolta nelle guerre che per anni insanguinano quei potentati in lotta fra loro.
In trentatré anni di impegno, Annalena riesce ad attrezzare ospedali dove prima non c’erano che tuguri, crea scuole in cui bambini e adulti vengono avviati all’istruzione, un ospedale per ciechi di glaucoma e cataratta che tornano a vedere grazie alle cure di medici specializzati, e perfino una scuola per bambini sordomuti a causa della mancanza di igiene e di scarse possibilità di nutrimento e di cure. Soltanto in rari momenti si stacca dal compito che si è prefissa volendo restare “nessuno”, al di fuori di organizzazioni pubbliche o religiose, per una scelta di intensa spiritualità personale: si ritira allora in un eremo, nel deserto o in qualche zona solitaria in Italia, e per un mese o poco più medita, prega, legge, scrive ai tanti amici che la seguono di lontano, ritrovando le forze per riprendere a lottare contro la malattia, la fame, il dolore. Uno dei suoi traguardi più sorprendenti si realizza quando riesce a convincere le donne islamiche a non sottoporsi più alle mutilazioni genitali; è addirittura con gli Imam e con le antiche mammane, dopo la verifica che nel Corano non si richiede tale pratica, che avvia la propaganda per far cessare quella crudele operazione.
Nel giugno del 2003 Annalena riceve un importante premio a Ginevra e la sua fama si diffonde in tutto il mondo, nonostante la modestia con cui ha sempre portato avanti il suo impegno verso i più poveri e abbandonati. In quell’occasione parla delle iniziative che è riuscita a realizzare con l’aiuto degli amici che le mandano denaro, medicine, indumenti e ogni altro genere di conforto, mentre anche molte istituzioni internazionali fanno riferimento a lei per il modo con cui è riuscita a debellare certe malattie, e in particolare la TBC.
Attraverso la descrizione delle tappe della sua vita protesa al soccorso dei poveri emerge una sorta di testamento spirituale.

Nello spettacolo si immagina che un gruppo di persone sia giunto a Borama per incontrarla. La situazione consente di far parlare Annalena di alcuni fra i temi che hanno informato la sua attività, seguendo i principi del cristianesimo a cui è rimasta fedele, pur rispettando la religione coranica della gente con cui ha vissuto, incoraggiandone anzi l’apprendimento, nel segno di una universalità religiosa in cui ognuno, secondo la sua appartenenza, trova i principi di un rispetto reciproco.

 

ANNALENA TONELLI

Un gruppo di persone è davanti alla casetta di Annalena, nel villaggio di Borama.
Annalena, che regge una sporta carica di vasetti e pacchettini, si affaccia alla soglia e si rivolge ai visitatori.
Il tono è di confidenza, come se quella gente che non ha mai visto la conoscesse da sempre.
Nella sua voce, anche quando dice cose tristi, c’è una sfumatura di sorriso che induce alla fiducia.

ANNALENA - Vi siete dati la pena di venirmi a trovare.
Le strade qui in Somalia sono scomode e insicure. E purtroppo io posso stare con voi per poco perché...

Mostra la sporta che ha con sé.

....a quest’ora devo andare dai miei malati, i tubercolosi.
Li curo io, uno per uno... Se ricevono la medicina da me, sono sicura che non possono dimenticare di prenderla.
Con i soliti sistemi, non se ne salvava nessuno.
Venivano a prendere le pastiglie, i flaconcini..., ripartivano, e il giorno dopo si dimenticavano di continuare la cura.
Prima i malati di tibicì stavano in un reparto di disperati...
Quello che più mi spaccava il cuore era l’abbandono in cui vivevano... la sporcizia...la solitudine...
Allora ho deciso: “Li faccio venire qui, al villaggio, e per sei mesi rimangono con me!”.

Descrive con tenerezza tutto quell’affacendarsi dei malati con le loro povere cose.

Loro arrivano con le tende legate sulla groppa dei cammelli, smontano le stuoie e con le corde costruiscono una capanna.
Ogni sera io porto a tutti la medicina. Sto in ginocchio davanti a loro, per fargliela prendere. Mi aspettano, hanno fiducia, e il risultato è che dopo sei mesi, guariscono.

Tira fuori dalla sporta un boccettino. Lo mostra in giro.

Questa è la dose giusta. L’ho messa dentro a un barattolino di una crema di bellezza. La signora che l’aveva usata in Italia non l’ha buttato via: in Africa la nostra spazzatura è una ricchezza!

Si rivolge a tutti quanti intorno cercando consenso.
Poi per convincerli, forse, a contribuire anche loro a quel modo di accumulare ricchezza da fonti insperate, racconta con semplicità la sua storia. E raccontando si anima nel ricordo dei primi passi di un’impresa che ha dato i suoi frutti.

Tutto è iniziato da un barattolino come questo.
A Forlì, dove sono nata e cresciuta, con un gruppo di amici guidavamo un vecchio camion e andavamo di casa in casa a svuotare cantine e soffitte: è così che abbiamo messo insieme i primi soldi per aiutare la gente dell’Africa!
Oggi senza il sostegno di quegli amici non potrei far niente. La fatica è tanta, il lavoro non basta mai....
Quando sono troppo stanca, me ne vado, lontano da tutti. Sto per un po’ in solitudine, a pregare Dio e da Lui traggo forza; poi torno di nuovo in mezzo alla gente a curarla, a dargli da mangiare. Arrivano anche a tremila, ogni giorno, affamati, a chiedere...: con l’aiuto degli amici riesco a rimediare il cibo per tutti. Vado io, al mercato, a comprare il “sor” - il cibo -: i soldi mi arrivano dentro una busta, dall’Italia.
“Sono arrivate le lettere della mamma!”, mi grida il postino e sventola una busta gonfia: non sa che i soldi sono proprio lì dentro, questo è l’unico modo per non farseli rubare!

Con semplicità ma anche con un senso di orgoglio per quanto, al di là del soccorso agli affamati, è riuscita a realizzare, continua a rivolgersi al gruppo dei visitatori.

L’Organizzazione Mondiale della Salute mi ha chiesto di descrivere il tipo di cura per la tibicì. Con il mio sistema le persone rifioriscono!
E poi, mentre stanno qui, hanno anche la possibilità di studiare:
i bambini, ma anche gli adulti, tutti quanti... leggere e scrivere... e poi inglese... Perfino i piccoli sordomuti, che sono tanti, imparano a farsi capire:giocano con gli altri bambini e insegnano a tutti quanti il loro modo di esprimersi a gesti...
Abbiamo anche scuola di Corano: è la loro religione, e io la rispetto.
All’inizio per me era difficile farmi accettare: io bianca, e cristiana di fronte a loro musulmani...Poi è cambiato qualcosa. E’ stato quando ho cominciato a convincere le donne a non sopportare più le mutilazioni genitali.
Centoventi milioni di donne hanno subìto questa tortura.
Le bambine gridano di dolore quando le madri le portano a operare: loro credono di dover rispettare un obbligo religioso. Ma noi, con i nostri medici, abbiamo organizzato dei seminari; sono venute le istituzioni religiose e civili, e tante tante donne.
In nessun punto del corano si parla di mutilazioni: se ne convince anche l’Imam!
A un incontro una vecchia che praticava le mutilazioni, grida: “Come vivrò, senza questo lavoro?”. “Te lo offro io! – le dico subito -: sarai tu a convincere le donne!”.
E partono su di un pulmino insieme all’Imam, queste mammane di una volta e vanno a parlare alle donne, nei villaggi.

Un suono ritmato di tamburello accompagna la marcia di una fila di ciechi guidati da un ragazzino.
Annalena guarda con tenerezza la fila che si muove fino a scomparire. Poi si rivolge ai visitatori.

Sono i nostri ciechi, vengono da tutta la Somalia. Hanno la cataratta, il glaucoma... I medici li operano e loro tornano a vedere! Allora noi appendiamo cartelli per tutto il villaggio: “Ero cieco e ora vedo!”. E’ una festa, una grande allegria.

Sorride pensosa.
Torna ai ricordi dell’inizio della sua vita in Somalia.

Sono più di trent’anni che lavoro qui. All’inizio insegnavo l’inglese, non sapevo fare nient’altro.
Appena arrivata mi sono innamorata di un bambino ammalato di tutto, specialmente ammalato di fame. A questo bambino ho donato il sangue e ho chiesto ai miei studenti di fare lo stesso: uno ha accettato subito e dopo tutti gli altri. L’amore ha generato amore. Ma spesso ci sono violenze, qui. Guerre fra gente dello stesso popolo... attentati. Tanti dei nostri sono stati uccisi....

Dopo aver tanto raccontato, si rivolge ai visitatori con un tono che conclude rivelando l’elemento essenziale di tutta la sua vita.

Io sono l’unica cristiana che vive qui. E’ chiaro, il cuore in certi momenti si strugge perché loro diventino cristiani...
Ma molti sono cristiani nello spirito: non possono diventare cristiani perché sarebbero perseguitati, ma io vedo la gente che lavora con me, si comportano da cristiani, pensano, hanno sentimenti da cristiani, sono cristiani...

Si fa intensa, sincera, quasi una confessione a se stessa, con una grande fiducia che è la sua confidenza in Dio.

Io non ho mai preso dei voti. Non sono nessuno. Questo è il senso della mia vita.
Ma mi è stato dato un privilegio: tenere con me l’Ostia consacrata. Questa presenza di Cristo mi fa trovare la forza per proseguire.

Raccoglie la sporta che aveva lasciato a terra.

Bisogna che vada, i malati mi aspettano. Devo fare un tratto di strada scoperta. E’ pericoloso, potrebbero spararmi...

Sorride e conclude con un tono forte, pieno di coraggio.

Grazie per essere venuti fin qui. Arrivederci!

Si avvia.
Quando è lontana dalla vista si sente un colpo di fucile.


MOMENTO COLLETTIVO – LAPIDAZIONE

MUSICA

Entra un ANGELO dalle ali piumose.
Alternato all’Angelo, anche gli altri ATTORI, usciti dalle loro celle, diranno le frasi del testo.

ANGELO (Jacopo) – Maria era incinta, ma non di Giuseppe:
se lui la denunciava, Maria
la uccidevano a colpi di pietre.
A Giuseppe apparve in sogno un Angelo:

MASSIMO “Ciò che in lei è nato è opera dello Spirito Santo,
Tu lo chiamerai Gesù, Egli
salverà il popolo dai suoi peccati”.

GIUSEPPE Allora Giuseppe tenne Maria con sé.

MUSICA

ANGELO Passarono più di trent’anni. Cristo
Si trovò davanti una donna accusata di adulterio.
Discutevano quale morte farle subire.
Gli dissero che la Legge ordinava di lapidare
quella donna. Volevano sapere
che cosa ne pensava. Assorto
Lui prese a disegnare nella polvere a terra.
E quelli insistevano. Allora
alzò il capo.

GIUSEPPE Chi di voi è senza peccato
scagli la prima pietra contro di lei”.

MASSIMO E quelli in silenzio se ne andarono.

MUSICA

ANGELO Dopo la morte e la resurrezione di Cristo
gli Apostoli diffondevano la sua parola.
Stefano si aggiunse a loro. Parlava
dei Profeti uccisi perché avevano annunciato
la venuta di Cristo, dei Sommi Sacerdoti
che pur avendo ricevuto la Legge degli Angeli
non l’avevano osservata
e Cristo lo avevano ucciso.

MASSIMO Dopo averlo ascoltato, i Giudici
del Sommo Tribunale infuriati
digrignando i denti lo trascinarono lontano dalla città
e lo uccisero sotto un mucchio di pietre.

MUSICA

ANGELO Uccidere di lontano, nascosti nel gruppo,
fuori dalla città dove regna la Legge
fa sì che nessuno si senta macchiato
dal contatto di chi viene ucciso.

GIUSEPPE Così accade per tutti gli strumenti
di esecuzione a distanza.

MASSIMO Il fucile di chi ha ricevuto un ordine dall’alto,
il plotone d’esecuzione, la sedia elettrica…
fino alla lapidazione originaria…

Un lungo nastro multicolore si srotola imprigionando gli spettatori.
Sul nastro sono scritti i nomi dei paesi in cui viene ancora praticata la lapidazione.
Uno degli attori porta un pesante fardello chiuso da un nodo; lo getta a terra, lo apre: sul telo aperto si spargono tante pietre.

TUTTI Sepolti vivi

JACOPO Fino al petto gli uomini,
le donne fino al collo.

MASSIMO Colpiti da pietre non così grandi
da provocare morte immediata.

GIUSEPPE Questo ancora oggi è il destino
di uomini e soprattutto di donne…

JACOPO …Condannati alla lapidazione in novanta paesi del mondo.

1993!
BANGLADESH
NURJAHAN BEGUM 21 anni

Abbandonata dal marito
ottiene dall’autorità religiosa del suo villaggio
il permesso di risposarsi.
Ma il salish la condanna alla lapidazione
assieme al nuovo marito.

MASSIMO AFGHANISTAN
Dopo otto anni di assenza
un comandante ritorna nel suo paese:
la moglie si è risposata credendolo morto.
Il comandante ordina ai suoi uomini
di lapidare pubblicamente la donna.

GIUSEPPE 1994
PAKISTAN
Musulmano lapidato e arso vivo dalla folla inferocita
per aver bruciato pagine del Corano.

JACOPO IRAN
Una donna viene lapidata, le cavano gli occhi,
lei riesce a tirarsi fuori dalla fossa e a scappa.
La legge islamica prevede che chi riesce a fuggire dalla lapidazione
Deve essere graziato,
ma la donna viene catturata, di nuovo seppellita
e la lapidazione viene portata a termine.

MASSIMO 2001
MARYAM AYOUBI 30 anni
Lapidata a morte perché ritenuta colpevole
di tradimento e assassinio del marito.

GIUSEPPE ROBABEH 25 anni
Frustata 50 volte e infine lapidata per adulterio.

JACOPO SOMALIA
AISHA IBRAHIM 23 anni
Condannata a morte per adulterio
da un tribunale islamico in Somalia
e lapidata in uno stadio per lapidazione.

MASSIMO IRAN
ASWAD 17 anni
Uccisa dalla sua famiglia a Bagdad
perché colpevole di amare un musulmano.
Il pestaggio e la lapidazione ripresi con telefonini e diffusi su Internet.

GIUSEPPE IRAK
A Bashika, Mosul, in Irak
centinaia di uomini hanno ucciso lapidandola 
Du'a Khalil, una ragazza  di 17 anni.

JACOPO Questo omicidio è stato ripreso in diretta da vari telefonini e macchine fotografiche che mostrano anche la presenza della  polizia locale del Kurdistan iracheno.

MASSIMO Du'a Khalil è di religione Yezidi.
Si incontrava in segreto
Con un ragazzo musulmano
Che poi si è rifiutato di sposarla.

GIUSEPPE Umiliata e oramai "disonorata" per la sua famiglia,
è stata cinque giorni presso un capo  yezidi
che l'ha convinta a tornare dai suoi che di certo l'avrebbero perdonata.

MASSIMO Ma il fratello, lo zio ed il cugino 
l'hanno spogliata, picchiata a sangue e lapidata a morte
in presenza di centinaia di spettatori.

Un ritmare di tamburello.

JACOPO Lapidata e dichiarata morta si risveglia all’obitorio.

MASSIMO Il mondo si mobilita per lei.

GIUSEPPE Viene graziata ma ormai…

Un forte colpo di tamburo. Si spalanca una porta di una cella.
Ad un leggero suono di flauto una figura femminile
Avvolta in un candido lino esce dalla cella
E danza tutt’intorno levitando nello spazio.
La danza continua per qualche istante, mentre si ode soltanto il flauto.

TUTTI …La ragazza è solo un’ombra nel sole!

E infine scompare in lontananza.
BIBLIOGRAFIE E SITOGRAFIE DI RIFERIMENTO

ANNALENA TONELLI

“Io sono nessuno” – Vita e morte di Annalena Tonelli
di Miela Fagiolo D’Attilia e Roberto Italo Zanini (Ed. San Paolo)
Testimonianze di Don Angelo Romano e Padre Daniele Cimitan

MONS. OSCAR ROMERO

“La voce di Oscar Romero” – Borla Ed. (2007)
“L’amore è più forte della morte” – di Vincenzo Paglia (Tau Editrice)
Testimonianze di Padre Daniele Cimitan
Filmografia: “Romero” – di John Duigan (1989), interprete Raul Julia
Chomsky N. “La fabbrica del consenso”
“Diario” – La meridiana (Molfetta, BA – 1991)

Sitografia:
www.caritasroma.it/settori/sepm/TestimoniDi Pace/oscar_arnulfo_romero.asp
http://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Romero
www.polesine.com/pagine/cultura/religioni/quando_il_papa_fece_piangere.htm

SAVONAROLA

“Savonarola” – di Mario Ferrara (2 vol.) - Olschki Ed. (Firenze 1952)
Articoli di giornale:
da “Repubblica” 7 maggio 1998, articoli di Eugenio Garin e Nello Ajello
da “Repubblica” 24 maggio 1998, articoli di Massimo Cacciari, Lucio Villari e Maria Cristina Carratù
"Prosatori volgari del 400" a cura di Claudio Varese
"Trattato della religione" (1593) cap. X - da Ricardo de S. Vittore
e dalle sue prediche e sermoni, nel particolare:
- prima predica sull'esodo
- commento al santo 90.

Sitografia di riferimento: www.wikipedia.it

LAPIDAZIONE

AIDOS (Associazione italiana donne per lo sviluppo) – Stoning, documenti sulla lapidazione nel mondo contemporaneo
Articoli di giornale:
da “Repubblica”, 1 novembre 2008 – “Somalia aveva 13 anni la ragazza lapidata”, di Gianpaolo Cadalanu
da “Repubblica”, 2 dicembre 2008 – “Frustate, carcere, lapidazione: ecco cosa si rischia in 90 paesi”, di Gianpaolo Cadalanu
Notizie da Internet

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