“Il Piccolo” di Trieste

Novità a Benevento è storia di niente

(...) La giovane e prolifica scrittrice ha ambientato la sua bella e mesta e dolorosa vicendain tredici brevi “flashes” nella Roma sottoproletaria degli anni Ottanta, dunaque in ambiente ancora più derelitto e disumanizzato da quelli descritti da Pasolini. (...) Non “romanesco”, il linguaggio impiegato, ma con innumerevoli, direi obbligatorie, inflessioni colorate dagli acerbi m impegnatissimi attori inquadrati dall’essenziale regìa di Gino Zampieri in una scena assai suggestiva di Bruno Buonincontri, una sorta di enorme tela di ragno metallica.

Giorgio Polacco


“La Repubblica” di Roma

(...) Il territorio dei diseredati, stavolta con attenzione rivolta ai giovani di una borgata romana, è stato esplorato da Maricla Boggio, autrice di “Storia di niente”, una rapsodia lacerante e pasoliniana che cerca di documentare le piaghe cittadine dell’adolescenza, sotto forma di oratorio che ritrae da vicino una vittima della droga, della prostituzione, del banditismo di quartiere.

Rodolfo Di Giammarco


“Il Giorno” di Milano

(...) Il mondo “pasoliniano” delle borgate romane, quello delle “vite violente” dei “Ragazzi di vita”, è stato evocato sul palcoscenico del delizioso teatrino di Palazzo De Simone con “Storia di niente”, una novità di Maricla Boggio vincitrice di un Premio Candoni Arta Terme.
“Storia di niente”possiede sufficienti virtù sceniche per allontanare il sospetto di un teatro didattico, grazie soprattutto all’idea forte di un “battesimo laico” che esprime la finale catarsi. E ha trovato nel giovane regista Gino Zampieri e nei sette altrettanto giovani attori gli interpreti più che convinti epperciò convincenti.
E’ la storia ( l’eco del titolo del romanzo della Morante non mi sembra casuale) del “calvario metropolitano” di un borgataro poco più che adolescente, Davide, che cerca, dapprima con allegra fiducia, il suo posto nella società dei consumi, i cui simboli aderisce con ingenua iattanza.
Attraverso un monologo-confessione che s’avvale di un linguaggio aspro e teso, la Boggio rende le stazioni di questo anonimo calvario, tutte puntualmente inscritte nel “destino sociale” di Davide, con inumano determinismo: la disoccupazione, il vagabondaggio, le “notti brave”, i primi scippi, lo spaccio della droga, la tossicodipendenza, la prostituzione, il carcere minorile.
Non c’è chi non veda le affinità di aquesto testo (scritto nell’ ’85) con l’agonia del giovane drogato rappresentata da Giovanni Testori nelle pagine brucianti di “In exitu”. Ma Testori, cattolico, vede las resurrezione della giovane anima perduta “post mortem”. La Boggio, laica, si affida alla consolante ipotesi di una resurrezione terrena, nel carcere stesso.

Ugo Ronfani


“La Sicilia” di Catania

Ragazzi di vita in scena

(...) Da più parti per questo testo s’è fatto il nome di Pier Paolo Pasolini con le sue storie sottoproletarie e fiziose, ma in verità non ci sembra che l’accostamento sia del tutto legittimo, perché dove Pasolini registrava certe situazioni un po’ da complice, la Boggio indaga ( e del resto quasi tutto il suo folto teatro, dall’iniziale “Santa Maria dei Battuti” sulla condizione manicomiale in Itaia, al recentissimo “Mamma Eroina”, vuole essere inchiesta e documento) sulla natura dei fatti, accusando certamente il contesto sociale in cui viviamo, ma in prima persona questi stessi giovani privi di personalità che non sentono né il piacere e tanto meno il dovere del lavoro e che in una continua fuga in avanti verso un benessere acquisito a buon mercato, finiscono con l’autoannullarsi: prima come entità autonoma e ambiziosa, tesi come sono a ricercare attraverso le mode quasi straccione, ma purtroppo costose, una sorta di livellamento (magari al basso) che li fa tutti eguali, poi infognandosi nella noia del quotidiano fino alla droga, al furto, alla prostituzione maschile e femminile, al delitto più grave e al carcere.
“Storia di niente” dunque, per quel senso di inutilità che serpeggia nel testo e nello spettacolo e che si risente vivissimo, da una parte tra i personaggi-massa e dall’altra nel pubblico, il quale non ha soluzioni immediate per sciogliere una problematica di tanto momento. Ma anche “Storia di Davide”, il padre di una stirpe di illusi, di uomini inutili ai quali, forse, come accade per il protagonista, non è precluso un riscatto, sol che la provocazione e la trasgressione trovino un referente, qual è qui l’insegnante di disegno del cazrcdere, che sappia comprendere la rabbia (ma anche le ragioni di essa) che Davide si porta dentro, fino a esorcizzare il malessere con serenità e amore; e quest’ultimo non ostentato ma sofferto.
Teatro-inchiesta, teatro-documento, dicevamo. E dunque un coro che è espressione di un “corpo” sociale dominato dall’emarginazione indotta e, a un tempo, volontaria e di scelta.
E allora due simboli determinanti nella regìa – asciutta, veloce e vitalistica – di Gino Zampieri e nella scena di Bruno Buonincontri: un grande contenitore di spazzatura che è casa, nascondiglio, ricettacolo di sozzure e di violenze sessuali; una incombente tela di ragno un po’ polanskiana al proscenio in cui rimane invischiato inesorabilmente chi tenta la fuga. Ed è efficacissimo sulle lancinanti musiche di Pino Cangialosi, quel sortire dei rifiuti – i ragazzi appunto – dal cesto immondo e quel loro spargersi tutt’intorno.
Peraltro Thomas Trabacchi, pur con qualche menda nella recitazione, che, data la sua giovane età, scomparirà nel prosieguo, è stato uno scatenato ma soprattutto appassionato e “autentico” Davide, mentre i suoi compagni lo hanno seguito negli indiavolati ritmi e nella descrittività ambientale. Per questo se citeremo Bruno Cariello, Claudio Carioti, Eliana Lupo e Sergio Zecca non possiamo non porre in diverso piano Marilù Gallone che anche per le qualità di danzatrice e per maggiore sperienza è apparsa un po’ jolly del gruppo, nonché Vittorio Ciorcalo, un ben caratterizzato e sordido omosessuale, e Natalie Guetta una svagata ( e un po’ ritardata) ragazza , succube di un ambiente a lei estraneo.


“La Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari

(...) Questi spettacoli, qui, a Benevento, dimostrano l’emergenza di una nuova “lingua sporca”, sporca di passato e straziata dal presente. E’ una fase di trapasso che può cogliersi in una novità assoluta di Maricla Boggio, regìa di Gino Zampieri, “Storia di niente” presentata ieri.
Se la realizzazione, con un’ampia colonna musicale rock, e con la cadenza in brevi scene tende ritmicamente ad uno spettacolazione nervosa in cui la parola è articolata e frantumata, è proprio il linguaggio che può suggerire nuove suggestioni comunicative.
la storia di un ragazzo di periferia travolto dalla droga, protagonista di una “vita violenta”, più subita che agita, propone non soltanto uno spaccato di realtà sociologica, ma – nel rapporto con gli altri – la difficoltà di una “lingua” comune in un impegno comune che possa articolare nuove modalità di rapporti umani.
“Storia di niente” ha avuto successo. A me ha interessato questa suggestione della nuova lingua giovanile, che è una delle “tentazioni” possibili per un teatro che non vuole rinchiudersi nella ovvietà del già saputo e sappia avventurarsi in terre, che sono – poi – appena più in là, se non del mistero, della diversità emergente.
Egidio Pani



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