Storia di niente

 

PERSONAGGI
in ordine di entrata

DAVIDE, MADRE, RAGAZZA TOSSICOMANE, RAGAZZO TOSSICOMANE, SPACCIATORE, RAGAZZO TOSSICOMANE II, RAGAZZO PUNK I, RAGAZZA PUNK, RAGAZZO PUNK II, RAGAZZO DEL GIUBBOTTO, POLIZIOTTO, OMOSESSUALE “tipo elegante”, PROFESSORE
e RAGAZZI DEL QUARTIERE, RAGAZZI DELLA DISCOTECA, RAGAZZI ALLO STADIO, CLIENTI DEL BAR.

Quartiere di periferia di Roma. Anni Ottanta.

I - IL QUARTIERE DI PERIFERIA

Davide è in mezzo a un gruppo di ragazzi. Tenendo stretto in mano un giornale arrotolato, i ragazzi si coliscono a vicenda, gridando, ridendo, imprecando.
Dopo qualche minuto di lotta accanita, si allontanano.
Rimane Davide.

DAVIDE .
Era così ogni sera, A finire la giornata.
Non c’era stanchezza in noi, rabbia sì.
Colpire. Essere colpiti. Sfogarsi così.

Un Ragazzo con un lungo pezzo di filo elettrico in mano e un altro pezzo legato alla cintura. Il ragazzo piega in due il filo, lo annoda, lo fa girare sopra la sua testa in cerchi concentrici.
Davide tende il braccio verso di lui.
Il Ragazzo gli getta il pezzo di filo che teneva alla cintura.
Davide fa girare il suo filo in cerchi alti sulla testa, poi verso il ragazzo che fa altrettanto con lui.
E’ un duello a colpi di filo.
Gli altri ragazzi fanno cerchio attorno ai due.
Davide è colpito al viso.

TUTTI -
L’hai preso!
Hai vinto!
Hai vinto! L’hai colpito!
Davide sei fottuto!

I ragazzi si allontanano portando in trionfo il ragazzo che ha colpito Davide.

DAVIDE -
Sentire dolore era meno che niente.

Davide urla.

Ahhhhhhh!!!!!! Rottinculo!!!!!
Ahhhhhhh!!!!!! Vi aspetto qui, vi aspetto!!!!!

Davide tira fuori un coltello a serramanico e lo apre di scatto. Si butta su di una parete, la colpisce più volte. Il materiale si sbriciola e si forma un buco.Davide ride.

DAVIDE -
Ahahahah....Prendi questo! E questo! E questo!
E questo!....

Davicde si getta a terra, appagato.

Ah!

Davide rimane fermo, le mani dietro la nuca, lo sguardo verso l’alto.
Rientra uno dei ragazzi, in bilico su di una ruota di una motoretta. Il rumore del motorino è al massimo.Lo segue un altro ragazzo.
Il ragazzo fa dei giri intorno a Davide.

DAVIDE -
Dai!
Forza!
Più forte!
Dai!...

I due si allontanano.
Da fuori, i ragazzi gettano roba dentro il buco della parete.
Altri buchi si formano dietro i loro colpi. Pietre, terriccio, pezzetti di vetro e di ferro entrano a raffica.

RAGAZZI -
Forza, dai...
Buttaci anche aquesto...
E spacca, forza...
E pure aquesto, dentro...

I ragazzi da fuori gettano un pallone che rimbalza qua e là.
Irrompono e giocano con violenza, urlando.
Seguendo il pallone si allontanano.
Rientra Davide.

DAVIDE -
Così sempre.
Dal mattino che uscivo senza sapere che cosa avrei fatto.
Giravo. Poi tornanvo su a mangiare. Preparava mia madre.
Dopo, giù di nuovo.
Giravo, come gli altri.
Giravo...

Davide si toglie le scarpe.

Le Clarck. Quelle verdine. Da novantamila.
Sennò chi sei ? Nessuno.

Si toglie il giubbotto.

E il Monclder. Se non ce l’hai, chi sei?
Nessuno.

Si toglie il maglioncino.

Il “Marina Yacting”. Se non hai questa maglia,
ma chi sei? Nessuno.

Si toglie i jeans.

E i jeans. “Levis”. Con la vita bassa.
Che hanno la scritta sotto la taschina...

Davide rivolta accuratamente la taschina, legge la scritta.

«Levis»: lo sanno tutti che sta lì.
E se qualcuno ci va a guardare, e non la trova?
Chi sei, senza la scritta «Levis»? Nessuno.
Non sei nessuno.

Davide afferra gli indumenti, li getta in giro con violenza, pezzo dopo pezzo.

Quando ti sei tolto questa roba, non ci sei più.
Chi ti conosce?
E allora avanti! Fatti sentire!
Spacca!. .. Pesta!. .. Dai!. ..
Metticela tutta!. ..
Fai vedere la tua rabbia!. ..

Davide si getta a terra sfinito.

Il - LA CASA

La madre entra con una pila di vestiti puliti, pressocché identici a quelli che Davide si è tol

Gli appoggia gli abiti accanto. Raccoglie i vestiti sparsi. Spazza il pavimento.

MADRE -

Rivestiti sei sudato.
Sono gli abiti che vuoi tu.

Davide si riveste. Controlla ogni capo.

DAVIDE -

(sottovoce) «Marina Yact...»

(indossa la maglia, poi se la toglie e legge l'etichetta)

Sì, la scritta c'è ...

(afferra i jeans; controlla la scritta all'interno della taschina)

Però, se la rivolti, si legge proprio bene, «Lee ... viiis ... ».
Ti senti a posto ... come avere una pistola .

(fa il gesto di far volteggiare l'arma)

«Lè ... visss!».

(mette le scarpe, ci gioca allacciandole)

Clarckclarckclarckclarck... Clarckclarckclarckclarck...
Queste non sono verdine ...

MADRE -

Novantamila ogni paio, figlio mio ...
Le hai prese da pochi mesi. ..

DAVIDE -

Per stavolta me le metto ancora ...

(infila il giubbotto)

Il Moncler è proprio giusto.

(alla madre)

Faccio la mia figura, eh?

La madre si allontana con il mucchio dei vestiti.
Davide si prende la testa fra le mani.

DAVIDE -

Questo era il quartiere.
Tutti i giorni la stessa vita.
Mi vedevo negli altri che erano come me.
Così ero sicuro che c'ero. Ma c'ero come?
Non so com'è cominciata, questa storia di niente...
Scuola. Ci andavo. Ma in classe non ci stavo mai.
Al cesso mi facevo una canna.
Ci davamo appuntamento e le cicche passavano.
Giravo per i corridoi. ..
Uscivamo a comprarci una pizza ...
Facevamo casino in cortile ... Chi ci diceva mai niente.
Tanto è scuola dell'obbligo. Ma ic nemmeno l'ho finita.
Poi ti cerchi un lavoro ...

(ride)

All'inizio pensi che stanno tutti ad aspettarti!
Poi ti accontenti. Lavoro nero, prendere o lasciare.
Ma tu dici: “Poi il padrone lo frego, quando è un po’ che sto dentro,
lo denuncio e lui deve pigliarmi”.
Ma appena quello sentiva puzza di “bruciato”, “trasferiva”
l'azienda, non trovavi più nessuno!

III - IL LAVORO

Una pioggia di etichette tricolori ricopre Davide volteggiando. Davide ne raccoglie una.

DAVIDE -
Etichette. Le attaccavo ai salami.
Mezza lira a etichetta.
Alla fine della giornata ero sfinito,
ne avevo appiccicato diecimila
e in tasca mi trovavo cinquemila lire....
Sono andato ai mercati generali.
Scaricavo le ceste del pesce surgelato.
Sveglia alle quattro del mattino, mi pagavano bene.
Ma anche lì c’era un giro, io non ero uno dei loro.

Ragazzi-scaricatori lo accerchiano.
Uno gli dà uno spintone. La cassetta rotola a terra, con Davide.
I ragazzi-scaricatori se ne vanno.

DAVIDE -
Un giorno uancesta si è sfasciata.
Mi hanno cacciato via...

Un ragazzo si avvicina a Davide, rimasto a terra.
Gli siede accanto e comincia a prepararsi uno spinello.
Tira una boccata, poi offre lo spinello a Davide.
Tirano a turno.
Il ragazzo lascia lo spinello a Davide e va via.
Davide tira alcune boccate, sempre più lentamente, fino ad assumere una posizione rilassata.
Rimane sdraiato, estatico.

DAVIDE -
Il fumo mi tirava su. Non era più un gioco per me.
Quando ho trovato il lavoro dei telefoni,
se non avevo il fumo, come resistevo?
Un fabbricato basso, vuoto. Dall’altra parte
della città, un quartiere uguale
a quello di casa mia, da solo.
Stavo lì tutto il giorno, montavo telefoni...
Salivo su in terrazza, almeno respiravo.
Mi portavo quei pezzi e lavoravo...

Davide meccanicamente monta le parti di un apparecchio telefonico.
via via i telefoni si accatastano intorno a lui.

DAVIDE -
Quei pezzi, li sapevo a memoria...

A occhi chiusi, Davide lavora contando i pezzi.

DAVIDE -
E uno... due e tre...
e quattro... e cinque e sei... e sette...
e otto... otto... e poi c’è questo che è il nove...
e poi il dieci...

La numerazione si ripete per ogni telefono, più volte, in un crescendo di velocità.
Poi Davide passa a un canto modulato, di un òotivo popolare fra i ragazziz.
La canzone si trasforma in un grido strozzato.
Davide singhiozza, fino a sciogliersi in un pianto silenzioso.
Come pezzo finale del telefono ultimato, Davide attacca un filo con una spina.
Cerca verso l’alto, nel vuoto, come se ci fosse un attacco.
La spina rimane sospesa nell’aria.
Davide afferra il ricevitore.

DAVIDE - Pronto, Dio? Sei lì?
E allora rispondimi!

Silenzio.

Paela, perdio!
Mi hai messo tu in questa situazione!
Non crederai che me la cavi da solo!

Davide scuote violentemente il ricdevitore.

C’è qualche rumore...

Soffia dentro i buchi del ricevitore.

Forse l’elettricità delle nuvole...
Dio! Rispondi!
Se non mi senti, dimmelo!

Silenzio.

Bene. Allora mi senti!
Prima che tu inizi a parlare, ti dico io qualcosa.
Lo conosci il mio quartiere?
Che cosa ti viene in mente, del mio quartiere?

Silenzio.

Te lo dico io. La puzza. Dai bidoni della spazzatura.
Sono sempre pieni. Li vuotano quando i sacchi di plastica
stanno rovesciati per la strada...
Marcisce tutto in poche ore, cani e gatti
stanno lì a litigarseli...
Noi ci viviamo in mezzo.
Forse a te quell’odore non ti arriva.Stai troppo in alto, tu...
Però forse tu senti le campane:
il carillon della chiesa fa così...

DAVIDE ACCENNA A QUALCHE SUONO MELENSO.

Dlèn Dlendlendlendlen!... Dlendlendlendlen!...
Dlèn Dlèn Dlèn Dlèn

Dlendlendlendlendlendlendlen!....

Il carillon della chiesa, registrato vistosamente,
prende quota arrivando ad una sonorità insopportabile.

CARILLON-
Dlèn Dlendlendlendlen!... Dlendlendlendlen!...
Dlèn Dlèn Dlèn Dlèn!...
.....
.....

DAVIDE -

urla al telefono.

Il parroco ha scelto il carillon di una parrocchia elegante,
se lo è fatto registrare
e diffonde questa musichetta con un bel sistema
di amplificatori.
Se dai retta a quel carillon,
ti convinci di abitare nel più bel posto della terra.

Il suono del carillon si affievolisce fino a scomparire.
I soliti rumori del quartiere.
Urla di madri che litigano con i figli.
Urla di ragazzi che si accapigliano tra loro.
Motorette a tutto gas.
Ripetuti colpi di clacson.
La sirena della polizia, a superare tutti gli altri suoni.

DAVIDE -
La polizia, eh, Dio?
Quella da noi mica si ferma, passa soltanto.
Se c’è una macchina rubata, una motoretta,
e qualcuno ha fatto una soffiata.
Se tu abiti qui, non è che tu puoi dire:
“Hai visto il tale che ha rubato?...
Quello ha la roba...”. Poi che fai? Cambi zona?
Se stai lì, sei fottuto. Anche se non sei stato tu
a rubare, pure tu stai in mezzo.

Mentre parla dentro al ricevitore, Davide si agita e si rivolta, avvolgedosi nel filo del telefono.

DAVIDE -
Dio! Tu ci ami. Uno per uno.
Servivo messa e mi ricordo le parole del Vangelo.

Davide urla nella cornetta, in un crescendo di disperazione.

DAVIDE -
Come puoi amarci, se ci trascuri?
Se ci hai dimenticato? Cosa dobbiamo dirti?
Pregarti? Sei tu che ci devi pregare,
perché abbiamo pazienza!

Davide riesce a liberarsi dal filo che lo avvolgeva.
E’ esausto.

Volevo dirti ancora tante cose...
Ma tu mi ascolti? Non hai mai detto niente...

Davide getta lontano ricevitore e apparecchio.
Si sdraia a terra.
Silenzio.

A quell’epoca parlavo al telefono con Dio
perché ero arrivato a un punto che non ci stavo con la testa.
Ma io non mi rendevo conto.
Mi tenevo un po’ sballato, così trovavo perfino divertente
montare quei telefoni. Con Dio qualche volta
ci siamo fatti delle matte risate....
E le ore non mi pesavano più.

Davide riprende a montare i telefoni.
Conta i pezzi, poi canta.
Tira fuori uno spinello mezzo usato e lo accende con furia.
Si sdraia aspirando il fumo con impazienza.
Poco per volta si rilassa. Fissa un punto davanti a sé.
Compare un fiore di papavero. Gigantesco, dapprima in boccio, il fiore
con veloci movimenti si schiude, fino a mostrare i petali allargati.

Le mie mani andavano per conto loro, a montare i pezzi.
Io ero fumato, stavo bene, disteso...
A un tratto davanti a me, sul prato...
vedo un fiore che stava aprendosi tutto.
Era un papavero...
Alto, lucido, ondeggiava sul suo gambo sottile...

Davide assume il movimento leggero e ondeggiante del fiore mosso dal vento.
Si scioglie dalla posizione rattrappita del lavoro, ruota le braccia verso l’alto,
gli occhi socchiusi, il viso proteso a sentire il sole.

Si apriva sotto il sole... Mi aprivo!
L’aria accarezzava le sue foglie... e lui
sentiva il caldo... Era così felice!
Ero così felice!...

Davide esce dal ricordo onirico.

In un attimo quel fiore era già tutto aperto.
Invece era passata la giornata.
Intorno a me stavano ammonticchiati cento telefoni...

Davide gira su se stesso fino a cadere a terraa.
Sforzi di vomito. Urla, come se volesse liberarsi da invisibili corde avvolgenti.
Si rotola a terra. Si rialza con fatica, prende la motoretta, vi si appoggia,
senza accendere il motore cammina guidandola, distesa su di essa con il busto.
Compare la madre.
Davide lascia scivolare giù la motoretta.

IV - LA STRADA

MADRE -
E’ già buoi. Stavo in pena.

Davide tace, la testa bassa.

MADRE -
Ti ho preparato da mangiare.

Davide si getta a terra, attaccato alla motoretta.

MADRE -
Che altro vuoi da me?

Davide si rialza con sforzo, prende sulle braccia la motoretta contenendo la rabbia.
Fa un passo verso la madre.

DAVIDE -
Vaffanculo!

La madre si allontana. Davide riabbassa la motoretta, ci si siede sopra.
Rumore di automobile di grossa cilindrata. Frenata brusca, arresto.
Sbattere di portiera.
Lo Spacciatore, in tuta da corridore e occhiali a specchio, avanza fumando pigramente.
Si ferma, guardandosi intorno. Due ragazzi e una ragazza, abiti sporchi, capelli punk e bigiotteria, gli si avvicinano. Contrattano a gesti.

RAGAZZA -
Era poca l’altraccolta. Sanguisuga.

SPACCIATORE -
Se non ti va, lasciala, principessa.

RAGAZZO -
Dai a me. E’ buona, sei sicuro?

SPACCIATORE -
Stai tranquillo.
Ma ce l’hai i soldi? Niente scherzi.

ALTRO RAGAZZO -
Sono qui. Puoi contarli. Ma fai presto.

Tutti quanti si guardano intorno. Davide è seduto poco distante.

SPACCIATORE -
(allontanandosi) Quello sta male.
(gli butta accanto una bustina) Fatelo godere un po’.

Portiera sbattuta. Avvio dei motori della macchina che si allontana.
I tre ragazzi si gettano sulla bustina, ma si fermano intorno, tenendosi d’occhio a vicenda.
Davide alza gli occhi, si accorge dei tre.
Guarda nella direzione in cui guardano loro. Nota labustina, la solleva.

RAGAZZA -
E’ per te.

Davide dà la bustina alla Ragazza.

DAVIDE -
Va bene. Ma nlon fatemi male.

La Ragazza tira su una manica a Davide. Gli altri si danno da fare con siringhe, cucchiai,
lacci, acqua distillata.

DAVIDE -
Da piccolo non m’andavano neanche le iniezioni...

RAGAZZO -
Ti piacerà. Vedrai.

Ognuno dei tre compie un gesto che si collega con quello degli altri.
Davide si abbandona a loro, che gli iniettano la dose.
Ognuno dei tre, poi, si fa aiutandosi a vicenda.
Tutte le azioni sono comiute in silenzio, con precisioni, lentezza e concentrazione totale.
I tre ragazzi se ne vanno. Davide rimane solo.

DAVIDE-
Da quel giorno non mi bastò più farmi le canne.
Come una cosa naturale cominciai a bucarmi.
Ci facdevamo in gruppo. Anche se non pensaavi a niente,
l’altro vicino a te, tu lo sentivi.
Io continuavo coi lavori dei telefoni.
Soldi me ne andavano pochi, certe volte
gli spacciatori mi regalavano perfino qualche busta...
Io non avevo capito il loro gioco: lo facevano
perché diventassi schiavo della roba.
Dopo un po’ i soldi cominciavano a mancare.
E sul lavoro mi stancavo subito... Dissi
che mi avevano mandato via, i miei ci hanno creduto.
Stavo per strada oppure a letto.
La rabbia che sentivo dentro,
la gettavo tutta su mia madre.

V - LA CASA

Davide si toglie i vestiti, li getta a terra, lontano.

DAvide -
(urla)
Raccogli! Lavala subito!

La Madre raccoglie gli indumenti.

DAVIDE -
E non usare le polveri. Sono veleni,
vogliono farci morire!...
Ero diventato mainaco, sospettavo di tutto.
E la spesa, sta attenta! Niente ormoni,
niente concimi chimici. Tutto è inquinato,
vogliono farci morire!...
Controllavo quello che comprava.
Tenevo le finestre chiuse per non respirare l’aria radioattiva.

La Madre porta una pentola a pressione. La depone a terra.

MADRE -
Così sarai contento. E’ ermetica, a pressione.

DAVIDE -
Che ci hai messo?

MADRE -
Vitello.

DAVIDE -
Ma sei pazza? Te l’avevo proibito!
Il vitello è carne avvelenata.

Davide afferra la pentola e la scaraventa lontano.
Un colpo sordeo. Un urlo di ragazzo colpito.

VOCE DI RAGAZZO -
Ahhhhhhh!!!

DAVIDE -
La pentola si era schiantata nel cortile.
Quasi faceva secco un ragazzino.
Mia madre disse poi che la pentola le era scappata di mano.
Ma nessuno credeva più alle sue bugie.
La Madre porta una tazza di latte.

MADRE -
La colazione.

DAVIDE -
Che latte è?

MADRE -
Della Centrale.

DAVIDE -
E’ avvelenato. Te l’ho detto mille volte.

(rovescia la tazza)

Devi prendere quello della capra.
Andare a mungerlo tu stessa, alla cascina.

(urla)

Mi vuoi morto, lo so. Ma io sto attento.
E vi ammazzo tutti quanti.

Davide afferra un lungo vetro di finestra, lo infrange con un pugno. I pezzi si spargono intorno.
La Madre guarda, in silenzio.

DAVIDE -
Avanti, stronza. Pulisci!
Sei una serva. Spazza!
O vuoi farmi tagliare?

La Madre esce senza un gesto.
Davide raccoglie un pezzo di vetro, lo getta dietro di lei con violenza.

DAVIDE -
In quei momenti io avevo dentro di me una furia
che mi faceva sentire onnipotente.
Se umiliavo mia madre, era perché sapevo che mi voleva bene.
Insultarla mi liberava.
Ero in colpa e soffrivo perché ero ingiusto verso di lei.
Quella sofferenza mi piaceva. Più soffrivo
e più mi piaceva di soffrire.

Davide raccoglie un pezzo di vetro, se lo striscia su di un braccio.
Il sangue esce con violenza.

DAVIDE-

(urla)

Ecco, mi sono tagliato. E’ colpa tua!

Di lontano la Madre gli lancia una lunga benda che si srotola nell’aria; poi fa un largo giro, infine si accoccola a terra, il viso fra le mani.
Davide afferra la benda, fascia la ferita. Continua a svolgere la striscia fino ad imprigionarvisi.
Con uno scatto se ne libera.

Non stava più ai miei ricatti.
Quando ero in casa, lei usciva.
Non mi lavava più le cose mie. La roba sporca
si ammonticchiava a lato del mio letto.
Continuai a cambiarmi finché finii tutto quanto avevo.

VI - LA DISCOTECA

Musica assordante. Luci colorate in movimento.
Dei ragazzi ballano. Abbigliamento punk. Davide si mette a ballare tra loro.
Una ragazza si slaccia la cintura e gliela passa inotrno alla vita.
I due ballano insieme.

RAGAZZO -
Che si fa?

ALTRO RAGAZZO -
Neanche più una piotta. Che si fa?

RAGAZZA -
Si rimedia.

RAGAZZO -
Per giubbotti.

RAGAZZA -
E poi dal solito. Viene anche lui.

(indica Davide)

VII - LA STRADA

Si profila un ragazzo con un giubbotto in pelle.
I tre si danno un’occhiata.
La ragazza va verso il ragazzo con il giubbotto.

RAGAZZA -
(al ragazzo del giubbotto)

Mi fai accendere?

(tira fuori una sigaretta)

RAGAZZO DEL GIUBBOTTO-
Hum...

(le allunga un accendino)

Mentre il ragazzo del giubbotto accende la sigaretta alla Ragazza, i ragazzi gli si avvicinano uno per parte, pronti ad afferrarlo per le braccia.
La Ragazza tira fuori il coltello a serramanico, lo apre di scatto.
Davide è rimasto a guardare.

RAGAZZO -
Su bello toglitelo!

(gli dà un colpetto sul giubbotto)

ALTRO RAGAZZO -
E fai presto!

Il ragazzo del giubbotto si sfila il giubbotto.I due ragazzi lo afferrano al volo.

RAGAZZA -
Adesso fila!

Il ragazzo del giubbotto corre via.

RAGAZZA -

( a Davide)

VAisto? Un giochetto.

RAGAZZO -
Noi siamo in gamba. Non è da tutti.

ALTRO RAGAZZO -
E ora la roba.

I tre si allontanano.

DAVIDE -
Dividevano i soldi degli scippi.
I giubbotti li vendevano bene.
Ma prendevano anche altre cose.
Catenine. Orologi. Portafogli.
Entrai nel gruppo.

VIII - LO STADIO

Urla della folla durante una partita, al di là del muro.
Bandiere profilate dietro le gradinate.

DAVIDE -
Andavamo allo stadio, la domenica.
Con la scusa del tifo, pestavamo.
E poi si rimediava qualche cosa, alla partita.
Non si tornava mai a mani vuote.

I tre ragazzi, con maglie sportive, arrivano di corsa con una borsa e altri oggetti.
Fischietti di poliziotti.

RAGAZZZO -

( a Davide)

Ci hanno visto. Scappa!

I tre ragazzi corrono via. Un poliziotto si avvicina a Davide.

POLIZIOTTO -
Dove sono i tuoi amici?

Davide alza le spalle.

POLIZIOTTO -
State attenti, vi conosco!
Un’altra volta vi prendo sul fatto.

(via di corsa)

 

 

DAVIDE -
Era una cosa che non poteva andare avanti.
Prima o poi ci lasciavi le penne.
Ma i soldi mi servivano.

IX - LA STRADA

Si profila un tipo elegante, dalla raffinatezza effeminata.
Indossa un giubbotto sgargiante. Qualche accenni di trucco.
Davide controlla il coltello. Avanza verso il tipo.

DAVIDE -

(al tipo tirando fuori una sigaretta)

Mi fai accendere?

TIPO -
Con piacere, carina.

(allunga l’accendino)

Davide tira fuori il coltello, lo fa scattare.

DAVIDE -
Dammi il giubbotto, niente storie.

TIPO -
Come vuoi tu, bellezza.

Fingendo di togliersi il giubbotto, il Tipo con una mossa disarma Davide.

TIPO -
T’è andata male, bambolina.

(lo tiene saldamente per un polso)

E adesso mi racconti un po’ chi sei.
Bella faccetta d’angelo. Ma lo sai
che sei proprio bellina?

DAVIDE -
E smettila! Io non sono una femmina.

TIPO -
Selvaggia! Come una gattina.

(avvicina il viso a Davide)

Non vuoi che ti denunci, vero?

(Davide tace)

E allora buono, okay?

Il Tipo palpeggia Davide come una merce preziosa, con delicatezza e con gusto.
I muscoli delle braccia, la pelle del viso, le ginocchia.
Una carezza al pube.
Davide ha uno scatto.

DAVIDE -
Ahhh!

TIPO -
Ma guarda! Delicato, il ragazzo.

Il Tipo si tira dietro Davide riluttante. Si profila un poliziotto.
Davide ha un moto di terrore.

TIPO -

(gli afferra la testa, lo bacia sulla bocca)

Andiamo!

X - IL QUARTIERE

Due ragazzi si lanciano il filo elettrico cercando di colpirsi a vicenda.
Altri si rincorrono con il giornale attorcigliato, a manganello.
Davide, vestito con gli abiti del Tipo, si avvicina ai ragazzi.

RAGAZZO -

(continua a giocare con il filo elettrico, senza guardare Davide)

Ti sei fatto i soldi, eh?

Davide tace.

ALTRO RAGAZZO -
‘Na cifra forte ‘sta camicia...

(continua a giocare con il filo).

RAGAZZO -
Da frocio.

Davide tira fuori il coltello, veloce fa due squarci al Moncler del ragazzo, poi scappa.

RAGAZZO -

A stronzo, il Moncler nuovo!

( se lo toglie, vede i tagli)
T’ammazzo, mi potevi far secco!

I ragazzi esaminano il Moncler.

RAGAZZI .
Forza, andiamo a cercarlo!
Lo deve ripagare!
Me l’ha da trovà uguale!
‘Sto stronzo, chi si crede di essere!

I ragazzi corrono via.

XI - LA CASA

Gli abiti di Davide quando stava al quartiere sono piegati uno sull’altro, puliti e stirati.
Alcuni jeans tutti uguali. Maglie di foggia simile, dai colori diversi.
Qualche Moncler. Delle scarpe Clarck di differente colore.
La tazza del latte è accanto agli abiti, vuota.
Davide entra affannato.
Si guarda intorno.

DAVIDE -
Mamma!

Davide si blocca al suono della parola.
Silenzio.
Ride forzato.
Silenzio.
Davide si butta sugli abiti. Vi si immerge.
Respira profondo. Chiude gli occhi. Un attimo di benessere.
Abbraccia i maglioni, i Moncler, i jeans.
Sorride al contatto.
Torna serio.

DAVIDE -
Tardi...

La rabbia lo invade. Butta gli abiti all’aria. I vestitti volteggiando ricadono.
Si accorge della tazza. La prende in mano.
Se la mette in tasca con un gesto delicato. Ci ripensa. La rimette fuori, con un colpo secco la infrange sul pavimento. Afferra un pezzo di coccio; a caratteri giganteschi, sussurrando la parola, scrive per terra.

DAVIDE -

(sottovoce, mentre scrive)

Ciao.

Davide corre via.

XII - LA CASA DEL TIPO.

Su una tovaglietta, il Tipo sta preparando quanto occorre per iniettare una dose.
ghi, siringhe, cotone, alcool, la bustina, la fiala dell’acqua distillata, il cucchiaino, la fiamma, il laccio.
Premura nei gesti; il grottesco di una madre intenta a preparare la colazione.
Entra Davide. E’ verde. Si torce, in preda ai brividi. Rimorsi di vita e crisi d’astinenza.

TIPO -
E’ tutto pronto. Roba buona.
Vedrai dopo!...

(accarezza Davide)

DAVIDE -

(con uno sforzo)

Non mi va stasera.

TIPO -
Non ti va?
Questo ben di Dio a portata di mano,
e tu “non mi va”?!

Davide si torce. I dolori aumentano. Il Tipo lo accarezza.

TIPO-
Povera gattina... Sei stata troppo fuori.
e adesso io ti curo...

(lo abbraccia. Davide non reagisce)

TIPO -

(prepara la siringa)

Un momento soltanto... e poi sarai felice.

DAVIDE -

( lo guarda fisso negli occhi)

Ma è questa, la felicità?

TIPO -

(un tono disperato, sincero)

Chi lo sa... mio povero ragazzo... Chi lo sa...
Anch’io cerco amore. Tu non lo capisci
e mi disprezzi. Mi odii.

(gli affonda l’ago nella vena del braccio)

Questo, io posso offrirti. E il mio corpo.
Ma tu non lo ami.

Davide comincia ad avvertire l’effetto della droga.
Si abbandona.
Il Tipo avvolge Davide in un lenzuolo, vi si insinua, sparisce sotto il telo.
E’ buoi su di loro.
I ragazzi del quartiere passano di corsa, colpendosi con i fili elettrici.
Il ragazzo della motoretta corre in bilico su di una ruota sola, con fracasso.

RAGAZZI - Dai, forza, colpisci!
L’ho colpito, ho vinto!
Fermati! T’ho preso!
Sei fottuto!

RAGAZZO DELLA MOTORETTA -
V’ammazzo a tutti!
Fateme passà!
Ahò! V’ammazzo!

Il carillon della chiesa suona la sua melodia melensa.

CARILLON -
Dlèn! Dlendlendlendlèn! Dlèn! Dlendlendlendlèn!
Dlèn! Dlendlendlendlèn!
.....

La melodia svanisce. Musica di moda da cassetta.
Davide riemerge dal lenzuolo. Spettinato. Sporco.
Rivive il passato.

DAVIDE -
L’ago entrava nella mia vena con un dolore più dolce
che se avessi fatto l’amore...
e io mi disfacevo felice nell’ondata
che tutto mi penetrava invadendomi.
L’altro non esisteva più per me.
Cedevo a lui la mia volontà
pur di non dover pensare a niente...
Ogni reazione era fatica, ritorno alla coscienza...
e io non volevo... non volevo... non volevo...
Il letto era sporco e bagnato...
per giorni non mi alzavo, rimanevo in quella sporcizia.
Ma niente valeva la fuga dalla solitudine.
Niente mi ripagava di più che quella roba.
Le ore passavano vuote, almeno non soffrivo.

Davide si riavvolge nel lenzuolo, assente.
Rientra il Tipo, lo circonda con le braccia.
I due rotolano nel lenzuolo.

XIII - IL BAR

Il Tipo riemerge trionfante, tenendo per mano Davide, che sta a capo chino.
I rumori del bar. Gli sbuffi della macchina del caffè.
Il Tipo afferra una tazza di caffè, beve, poi la porge a Davide costringendolo a bere.
Il Tipo afferra un cornetto e gli dà un morso; poi lo mette in bocca a Davide, costringendolo
a mangiarne.v Sempre tenendo per mano Davide, il Tipo fa un giro intorno con aria trionfante
per farsi vedere.
Musica di Juke box.Davide tenta di svincolarsi, ma l’altro gli rimane incollato, la mano nella mano.

DAVIDE -

(grida)

Gli piaceva farsi vedere in giro con la mia mano nella sua.
La gente ci guardava!...

(da un giro, guardando gli spettatori negli occhi, uno per uno)

Qualcuno sfuggiva i miei occhi...
Qualcuno mi fissava e rideva...
Quelli del bar ci guardavano sogghignando.
Io avrei voluto ritirare la mano da quella di lui...
Ma non potevo. Dovevo accettare. Per vivere.

Davide si svincola dalla presa del Tipo. Gli si pone di fronte.

DAVIDE-

(urla)

Mi hai fatto male!
Mi hai usato come una cosa!
Mi hai sporcato!
Mi ha ricattato!
Mi hai umiliato!
Mi hai distrutto!
Stronzo! Stronzo!
Tu e i tuoi soldi!
Che cosa ti credevi stronzo!?
Era la roba a vincere!
Non eri tu!

Ogni elemento descrittivo scenografico è scomparso.
Davide si accascia, esausto.

DAVIDE -
La verità è che mi ribellavo perché lui mi faceva male.
Non avevo ritrovato la mia dignità.
Lui aveva le sue colpe. Ma io... avevo le mie.
Alla fine non ne ho potuto più. Sono scappato.
Gli ho rubato dei soldi, un giorno che lui era fuori.
E un accendino. D’oro, con le cifre.
Poi mi hanno arrestato, lui aveva fatto la denuncia.
Gli bruciava che me ne fossi andato, non voleva
mandarmi in galera, ma solo ritrovarmi,
questo l’ho capito dopo, quando lui cercò di ritirare la denuncia.
Disse che, forse, quell’accendino io l’avevo creduto
un suo regalo. Ma la cosa non convinse il giudice.
E vennero fuori altre denunce, di gente che non mi aveva mai
colto sul fatto, ma che mi sospettava.
Non avevo ancora diciott’anni, finii al carcere minorile.
Sforzi di vomito, brividi di febbre, il dolore ai muscoli.
Imploravo una dose per pietà, non mi diedero neppure
Un calmante. Mi offrii come una bestia, se qualcuno
dei guardiani mi voleva. Senza pudore, pur di ottenere
quella roba che per me era diventata necessaria per vivere.
Ridevano dietro la porta, mi lanciavano frasi pesanti.
Ma io non provavo vergogna, perché stavo affogando
e tentavo di tutto per sopravvivere.
Per molti giorni rimasi fra la vita e la morte.
Poi ricominciai a vivere, come dopo una lunga malattia.
Tornavo a vedere le cose, come se una nebbia
mi si fosse diradata davanti agli occhi, e mi scoprisse
un mondo ignorato da tempo. Non lo amavo, quel mondo.
Gli altri ragazzi che stavano là erano sprezzanti
e duri con me. Li trattai peggio e divenni il loro capo.
Mia madre mi trovò già così, debole ma incattivito,
disposto a tutto pur di farla pagare a chi mi teneva
là dentro.
Piangeva. Io avevo voglia di abbracciarla, di dirle
che era tutto uno scherzo, le volevo bene, sarei uscito
presto di lì e saremmo stati insieme, qualcosa avrei fatto.
Invece la insultai.

Compare la madre evocata. Fissa, in attesa.

DAVIDE -
E’ tutta colpa tua!
se mi sono bucato!
se mi hanno preso!
se ho rubato!
se sono diventato anche frocio!

Davide viene avanti, confessandosi.

DAVIDE -
Non le risparmiai niente. Più le facevo male
più mi sentivo male io. Così stavo a posto,
non mi compiangevo più, ero un disgraziato,
uno che la galera se la merita veramente.

Davide torna a rivolgersi alla madre.

DAVIDE -
(urla)

E’ meglio se sto qua dentro!
Sennò ti ammazzo di botte!

Davide si avvicina alla madre, riprendendo il tono della confessione.
La madre rimane immobile.

DAVIDE -
Volevo vedere la sua reazione...

La madre lo guarda altera, si volta e se ne va.

DAVIDE -
Ma lei mi guardò con gli occhi asciutti e si voltò di spalle.
Se ne andò con passo deciso, e per quel gesto altero
le volli finalmente bene e la rispettai.
Passarono così molti mesi dannati. Intorno a me,
più che fuori, era un mondo disperato.
La mia forza laggiù era negarmi, nessuno mi insegnava
un linguaggio diverso da quello della repressione e del dominio.
Anche gli insegnanti ci tenevano con le minacce.
Fare i compiti e studiare aveva il sapore di una condanna
inventata perché rimanessimo degli schiavi.
Dovevamo imparare cose di cui non capivamo il significato.
Quella realtà misteriosa dello scritto ci respingeva
ancora di più, discriminandoci. Strappavamo i libri,
facevamo pupazzi con le pagine dei quaderni, le penne
e le matite le usavamo come armi. Niente ci interessava.
Tutto diventava materia per opporci a quel sistema
che ci aveva confinato là dentro ed ora ci imponeva
la sua carità perché tornassimo ad essergli utili.
Mi rifiutavo ad imparare a piallare le assi.
Le statistiche sulla ricchezza mi facevano sentire beffato.
La storia della pittua riproduceva immagini per me estranee,
madonne e cristi soprattutto, quel dio che non c’era mai
quando volevo parlargli, troppo impegnato a posare
davanti ai pittori. Avevo ripreso a parlarci, con Dio.
Ma la sua presenza invisibile mi inquietava,e cercavo
di immaginarmelo nella faccia di qualcuno. Questo
mi portò a pensare da Dio a Cristo, era un giovane con la barba,
uno più o meno come noi. Ma quel Cristo mi faceva rabbia,
perché non mi parlava, o almeno io non sentivo la sua voce.
Lo sfidavo con ogni sorta di comportamento, sperando
che si facesse sentire. Mi resi conto che lo avevo provocato
anche prima, quando ero fuori. Ogni persona,
a cui avevo fatto del male, era un po’ quel Cristo
misterioso e irritante. Il Cristoche se ne stava
rannicchiato in ciascuno dei miei compagni
non mi dava soddisfazione. Accettava passivo
ogni mio volere, io lo disprezzavo anche se in segreto
ne sentivo un muto rimprovero.

Compare il Professore. Come un testimone. Da una parte, in silenzio.

DAVIDE -
Ma il Cristo del mio Professore, quello mite,
che non gridava mai, che non mi faceva rinchiudere
anche se mi ribellavo, quel Cristo lì mi affascinava.
Il suo era un comportamento che usciva dai miei schemi.
Non lo capivo, mi sorprendeva ogni volta.
Prevedevo una sua reazione, ed era un’altra all’opposto.
Prevedevo l’opposto e lui faceva tutto il contrario.
Ma non era un capriccio, il suo. Era un modo sottile
di affrontarmi e di mettermi di fronte a me stesso.
Alla fine il Cristo ero io: io mi specchiavo
in questo cristo e gli facevo del male, e lo facevo a me,
e se il male era rivolto al Professore, era ugualmente
a me che facevo del male. Nella mia mente, questa immagine,
dello specchio e di noi che eravamo la stessa persona
in quel Cristo, era ben chiara, nettissima e dolorosa
per la sua verità.

I ragazzi del carcere minorile portano dei secchi di colore, dei grandi fogli, dei pennelli.
Si mettono a lavorare.
Il Professore prende un foglio.

DAVIDE -
Così arrivò quel giorno di provocazione estrema.

Il Professore offre un foglio e dei pennelli a Davide. Poi torna da una parte. Davide prende foglio e pennelli.

DAVIDE -
Mi aveva invitato a disegnare su un foglio grande,
con i pennelli che mi paicevano perché mi davano
più libertà che le matite.

(lascia cadere il foglio a terra)

Ignorando il foglio, cominciai a manovrare i pennelli ruotandoli in giro.

(fa ruotare i pennelli; li immerge nei secchi di colore; comincia poi a gettare pennellate forti
di colore contro il Professore, che rimarrà immobile).

Davide getta pennellate di colore contro il Professore che rimane immobile.

DAVIDE -

(sussurrando assorto)

Gli andai contro, con la prima pennellata.
Rimase a guardarmi, grondante.
Non era sorpreso, né divertito, né beffardo o infuriato.
Aspettava.

(intinge i pennelli, continua a gettare pennellate sul Professore)

Io gli sbattevo i pennelli in faccia, sulla camicia,
sulle mani. Lui rimaneva fermo, come se guardasse
anche lui, dall’esterno, quanto stava accadendo.

I ragazzi sono immobili, a guardare quanto Davide sta facendo.

DAVIDE -
Gli altri tacevano. Rimanevo il loro capo,
nessuno era intervenuto a difendere lui.
La tensione cresceva. Riempiva l’aria,
mi portava energia. Suonò la campana.
Si affacciò un guardiano e non disse niente,
fulminato. Soli nella stanza vuota.
Cominciarono a scendermi lacrime. Avevo paura.
Ma non mi importava se sarei stato punito, era giusto,
non era una punizione in più a spaventarmi.
C’era, dentro di me, una pace che non avevo mai provato,
nemmeno quando mi ero fatto una bella dose.
I suoi occhi non mi lasciavano.
Non ne potevo più di quella pace e di quella paura.
Dovevo fare qualcosa. Non potevo aspettare.
Qualcosa dovevo fare, e non per violenza.

Davide si accosta al Professore, lo fronteggia.

DAVIDE -
Lo abbracciai.

(abbraccia il Professore, che a sua volta lo abbraccia)

Il colore ci unì. Ero uguale a lui.
Ci lavammo insieme.

Davide e il Professore attingono acqua dai secchi e si lavano, facendo scorrere l’acqua
sul loro capo e poi sul corpo, come un battesimo.
Anche gli altri si lavano nei secchi, versandosi a vicenda l’acqua dal capo al corpo.
L’acqua scorre in rivoli da ogni parte.

 


indietro